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Iggo: certamente, forse

La posta in gioco per la Brexit si è alzata improvvisamente. Il Primo Ministro Boris Johnson ha cercato di convincere tutti che è pronto a lasciare l’UE senza un accordo, nonché ad assumersi i rischi di un attacco alla democrazia e al Parlamento, se ciò significa raggiungere un compromesso con l’UE per l’uscita del Paese prima del 31 ottobre. È una scommessa a cui stanno cercando di reagire sia la politica che l’opinione pubblica.

Sembra difficile intravedere un percorso alternativo vista la mancanza, finora, di strategie credibili contro il no deal. Se la scommessa funzionerà, il Regno Unito lascerà l’UE con un accordo, la sterlina risalirà, e potrebbe persino ritornare la fiducia sulle prospettive dell’economia. In caso contrario, il caos economico e politico proseguirà e probabilmente peggiorerà. Meglio restare sobri a questo punto, anche se sarà una bella sfida!

È stato tutto un brutto sogno per la Brexit

A poco più di tre anni dal referendum sull’appartenenza all’Unione Europea, si è concordi sul fatto che l’esito finale fosse molto difficile da prevedere. Dato che la Brexit è stata e continua a essere una questione politica che provoca forti reazioni emotive, cercare di decifrare gli sviluppi politici rilevanti, al di là del rumore esterno, non è facile. Ritengo che abbiamo imparato alcune cose. Primo, le probabilità di un secondo referendum sono sempre state scarse dopo che Theresa May disse: “Brexit significa Brexit”. Nonostante ci sia, tra coloro che nel giugno 2016 votarono per restare nell’Ue, chi vorrebbe andare ancora alle urne, in Parlamento non c’è mai stata una maggioranza sufficiente a prendere i necessari provvedimenti politici. Semplicemente perché la maggior parte dei membri del Parlamento non voleva essere accusata di andare contro il risultato di un voto democratico. Molti, pur convinti Remainer, non hanno voluto voltare le spalle ai propri elettori nelle aree in cui ha prevalso il Leave. In una democrazia parlamentare sarebbe un suicidio politico. Secondo, non c’è mai stata alcuna speranza di ribaltare il risultato del referendum sostenendo che la campagna per il Leave si è fondata su un sacco di bugie, fuorviando gli elettori e intervenendo sui social media per manipolare le informazioni. Terzo, nonostante qualche estremista tra i sostenitori della Brexit, non c’è mai stata una maggioranza in Parlamento favorevole a un no deal, che avrebbe implicazioni sociali ed economiche potenzialmente negative per il Paese. Dunque, l’unica strada veramente percorribile è sempre stata quella di trovare un accordo con i rappresentanti dell’Unione Europea su un’uscita coordinata del Regno Unito. In tutto questo percorso, il problema è dipeso dalla mancanza di una leadership politica e dagli interventi inadeguati del Parlamento che, a volte, ha dato la falsa aspettativa di una svolta improvvisa (taglio netto, secondo referendum, revoca dell’Articolo 50). La mancanza di chiarezza ha gravato sulla sterlina (oggi a 1,22 dollari rispetto a 1,45 dollari prima del referendum) nonché sulla fiducia degli investitori, delle imprese e dei consumatori. Non solo, negli ultimi tre anni l’attenzione della politica si è concentrata quasi esclusivamente sulla Brexit, con un costo di opportunità derivante dalla mancanza di interventi volti ad affrontare altre problematiche importanti, a livello politico ed economico.

Una mossa azzardata

Detto questo, a che punto ci troviamo oggi, dopo la decisione di inizio settimana di sospendere il Parlamento per un periodo di 4-5 settimane in vista della presentazione del nuovo programma di governo che sarà illustrato dalla Regina nel discorso del 14 ottobre? Sebbene la decisione sia stata presa suscitando critiche e opposizione, in quanto antidemocratica e potenzialmente anticostituzionale, cerchiamo di riflettere con calma sull’esito possibile. In un certo senso, il Primo Ministro Boris Johnson ha voluto scoprire le carte dell’alleanza dei parlamentari contrari al no deal, di quelli contrari a ogni tipo di Brexit o contro il governo per altre ragioni, nella speranza di far cadere il governo e di andare alle elezioni. A causa della mancanza di coesione e di leadership, finora tale schieramento non è riuscito a offrire un’alternativa credibile al dilemma “deal o no deal”. Molti hanno votato contro l’accordo negoziato da Theresa May. Non c’è un’alternativa convincente a Boris Johnson come Primo Ministro (mettere al suo posto Corbyn o un altro premier temporaneo a capo di un governo di unità nazionale (sic) dopo un voto di sfiducia sarebbe tanto discutibile a livello democratico quanto la nomina di Johnson stesso a Premier). Se ci fosse sufficiente sostegno da parte del Parlamento per una seconda votazione, si sarebbe già profilata tempo fa l’eventualità di nuove elezioni o la revoca dell’Articolo 50.

Allacciate le cinture

Ci attende qualche difficile settimana di proteste (Boris Johnson non ha fatto altro che abbreviare di circa sei giorni la finestra del dibattito, considerato che il Parlamento sarebbe stato sospeso comunque per la stagione delle conferenze dei partiti come avviene normalmente, tuttavia questo non bloccherà le manifestazioni contro il governo, né le accuse di un “colpo di stato”). È possibile che il Parlamento, alla ripresa dei lavori, chieda il voto di sfiducia. Dobbiamo però domandarci a cosa potrebbe servire. Un altro governo sarebbe in grado di andare al Summit europeo del 17 ottobre e concludere un accordo mentre a Londra imperversa il caos politico? Difficilmente il Partito per la Brexit di Nigel Farage resterà a guardare solo perché non ci sarà nessuno a Westminster. L’escalation dei rischi politici potrebbe riflettersi sui mercati. Meglio allacciare le cinture.

Si gioca a poker

Ma cosa sta veramente cercando di fare il governo Johnson? Vale la pena di accusarlo di “attentato alla democrazia” del Paese? Secondo me cercherà di giungere a un accordo il 17 ottobre, rinegoziando le condizioni per modificare la questione del backstop irlandese. Se il governo britannico continuerà a sostenere che, qualora necessario, lascerà l’unione il 31 ottobre senza accordo (e finora lo ha espresso con maggiore convinzione di Theresa May), queste tattiche che rasentano l’irregolarità potrebbero portare entrambe le parti verso un compromesso. Dopo tutto, una hard Brexit sarebbe un grosso shock per l’economia irlandese e provocherebbe cambiamenti al confine che potrebbero mettere in pericolo l’accordo del Venerdì Santo. È probabile che Johnson voglia l’accordo, ma ha una mano di poker migliore rispetto a quelle giocate finora. Al G7 dello scorso fine settimana il Presidente del Consiglio europeo Tusk lo ha pungolato dicendo che non può desiderare di essere ricordato come il “Primo Ministro del no deal”. Tuttavia la situazione potrebbe evolversi rapidamente qualora l’UE non fosse disponibile al compromesso e alla modifica dell’accordo proposto. Sul filo di questo ragionamento, se Johnson avesse successo, tornerebbe in Parlamento offrendo ai parlamentari la scelta tra un nuovo accordo o il no deal. Qualora riuscisse nell’intento, si farebbe un po’ di chiarezza sulle prospettive future, con implicazioni positive sulla fiducia. Il Parlamento ha respinto l’accordo della May in tre occasioni, dunque non respingerà anche il prossimo.

Acquistiamo sterline

In tale scenario, la sterlina salirebbe certamente rispetto al dollaro e all’euro. Potrebbe anche dare una spinta alle azioni a bassa e media capitalizzazione, nonché migliorare le stime del Pil del Paese. Potrebbe altresì invertire la tendenza al ribasso degli yield a lungo termine dei Gilt britannici. È interessante che la valuta non sia scesa alla notizia della sospensione del Parlamento: chi vuole una posizione al ribasso sulla sterlina, si trova già in tale situazione. Sono aumentate le probabilità di una hard Brexit. Se giungessimo a un accordo in grado di attutire lo shock del passaggio a un nuovo sistema commerciale per l’economia britannica, allora la sterlina potrebbe tornare presto oltre quota 1,30 dollari, se non oltre.

È reale

Per molto tempo la Brexit è stata tutta questione di tattica, o mancanza di una tattica. Nel giugno 2016 nessuno sapeva che tipo di Brexit sarebbe stata proposta, ma nel frattempo i populisti che giocano sull’emotività hanno potuto dominare il dibattito. Ciò ha diviso il Parlamento e l’opinione pubblica. Con una leadership politica debole e un’UE ferma nelle sue posizioni, non è stato fatto alcun progresso verso la chiarezza. Forse ci stiamo avvicinando a una soluzione. In ogni caso, stiamo parlando di Brexit. Non sarei molto fiducioso sullo scenario che ho descritto perché quella di Boris Johnson è una gigantesca scommessa. Ci attendono settimane interessanti. Entro il 1° novembre potrebbe realizzarsi la Brexit con un accordo che soddisfa, con le dovute precisazioni, sia gli europei che i britannici. Potrebbe anche accadere il no deal, intensificando ulteriormente il caos politico. In tal caso non mi aspetto che Boris Johnson riesca a conservare molto a lungo la carica di Primo Ministro. Oppure la Brexit potrebbe non accadere: l’incertezza politica ed economica persisterebbe anche nel 2020. Questi ultimi due scenari sono negativi per l’economia e le risorse finanziarie del Paese. Solamente un accordo darebbe fiducia. C’è da sperare che coloro che si siederanno al tavolo a discuterne nelle prossime sei settimane si rendano conto che questo è l’esito migliore possibile.

Problemi ben più radicati

In caso contrario, non ci resta che far scendere in campo il nostro eroe del cricket Ben Stokes.


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Le informazioni e i dati si riferiscono al 30 agosto 2019


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